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I monti dell'Uccellina sono, si può dire, il deposito delle leggende maremmane. Ogni torre che svetta tra l'aspra macchia mediterranea, ha la sua. E in quasi tutte si parla di tesori nascosti. Che tesori vi siano nascosti, in terra di Maremma, non stupisce nessuno e non lo afferma soltanto la leggenda: li nascondevano i signori dell'epoca caduti in disgrazia (in aspettativa di ritornare in auge), li nascondevano gli abati dei monasteri tutte le volte che, allo spuntare delle vele saracene, erano costretti a lasciare il rosario per prendere la spada, li nascondevano i briganti con la speranza di farla franca, eccetera. Poi si sa. Una pianta, punto di riferimento, che il fulmine folgora o il tagliaboschi abbatte, una frana, un disboscamento, annullano il riferimento, gli uomini che l'hanno nascosti spariscono dal mondo e i tesori rimangono. Vigilatissimi però e difesi dalle anime che in terra li possedettero. La bella abbazia dell'Alberese (oggi San Rabano) alta sopra un colle dell'Uccellina era certamente ben fornita di ricchezze. Fondata dai benedettini nel secolo XI, assegnata poi come "commenda" ai cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, e particolarmente al priorato di Pisa, fu al centro di importanti avvenimenti. Trasformata in fortezza dal "tiranno di Grosseto", più volte contesa dalle milizie senese e da quelle pisane, soggetta alle incursioni dei saraceni e alle violenze dei banditi, affidata ancora ai cavalieri di Malta poi ai Medici dominatori, fu abbandonata nel XVI secolo per far parte più tardi, insieme con le altre terre dell'Alberese, dei beni del granducato di Toscana. Le torri sbrecciate e le mura che sostennero gli assalti di spietate orde corsare pare custodiscano ancora, con selvaggio amore, i grandi tesori che via via, secondo le vicende, vi sono stati nascosti. Mi pare abbiano anche dei validi meccanismi "antifurto" il cui funzionamento è affidato a fantasmi energici decisi a tutto. Una donnetta che abitava in un casolare ai piedi del colle dell'Uccellina, sognava notte e giorno quelle ricchezze e, vigilate o no, le voleva. E metteva in croce quel povero uomo di suo marito il quale si difendeva sempre più debolmente perché gli attacchi erano continui, le accuse di mancanza di coraggio anche, e perché, in definitiva, quelle ricchezze facevano gola anche a lui. Ma non se la sentiva di ritrovarsi a tu per tu con i fantasmi. "Non che mi manchi il coraggio - diceva alla moglie - ma capirai, i fantasmi sono fantasmi e potrebbero anche stendermi morto". "Ma non saranno sempre lì a fare la guardia" ribatteva la moglie la quale pensava che anche i fantasmi facessero in un certo senso, "la settimana corta" e che perciò bastasse azzeccare le ore di libertà dei guardiani. Una notte di pioggia e di gran vento, mentre il libeccio urlava tra le piante e scuoteva il misero casolare dei due sposi come volesse strapparlo dal suolo, la donna il cui pensiero mai si allontanava dai forzieri nascosti lassù tra i ruderi dell'abbazia, svegliò il suo uomo e così gli parlò: "In una notte come questa i fantasmi penseranno che a nessuno venga in mente d'andare a cercare il tesoro, perciò anche loro riposeranno". Come logica di creature umane non faceva una grinza ma i fantasmi si sa, appartengono ad un mondo così illogico che ... Basta, il povero uomo più per sfuggire a quel feroce pungolamento che per convinzione, si vestì, prese i fiammiferi, candele e alcuni arnesi che potevano servirgli e si avviò su per il colle dell'abbazia. Il vento nella macchia aveva quasi gli stessi schiocchi, lo stesso scrosciare del mare giù sotto, sulle scogliere di Castel Marino e di Cala di Forno. La pioggia lo sferzava, ma pensando a quella sua implacabile donnetta, il povero uomo tirava avanti coraggiosamente . Giunto sul colle, un po' per ripararsi e un po' per meditare sul da farsi, l'uomo si spinse in un vano ai piedi della torre e accese un focherello di sterpi. Mentre si guardava attorno con un certo batticuore, scorse un grosso ragno nero, peloso; uno di quei ragni che sembrano portare condensato nel loro grosso ventre tutto il veleno della malaria di altri tempi. Mentre lo guardava affascinato pensava a quello che sovente gli diceva la moglie: "Tieni d'occhio i ragni; loro non sanno che farsene delle ricchezze ma chi sa perché amano starci vicino; molto vicino". "Che sia vero?" si domandò l'uomo dirigendo il raggio del mozzicone di candela verso il ragno. Ma vide soltanto una larga e spessa tela: il ragno era sparito. Non ebbe tempo di meravigliarsene che qualcosa gli ronzò vicino alla testa, poi un tonfo di una pietra che cadeva. "Con questo vento - pensò - le pietre rimaste in bilico cascano". Ma una sassata in uno stinco lo convinse che le pietre venivano dal basso e non dall'alto. E precisamente venivano dall'interno della chiesa. Balzò in piedi furioso pensando allo scherzo di cattivo genere di qualcuno che avesse cercato riparo tra quei ruderi ma per quanto guardasse in giro attentamente non vide nessuno e brontolando ritornò verso il fuoco, con la speranza di ritrovare il ragno. Una gragnola di sassi lo investì e mentre cercava di difendersi alla meglio vide una forma oscura che avanzava verso di lui. Era una strana figura incappucciata e drappeggiata in una specie di lunga tonaca. L'uomo gli si rivolse tra irato e conciliante: "Ehi, eravate voi a tirare i sassi? Che scherzi cretini"! Nessuna risposta. L'uomo alzò la candela per guardare in faccia l'inatteso ospite, e sentì drizzarsi i capelli. Sotto il cappuccio non c'era un volto ma qualcosa di fosforescente. Si sentì mancare ma con il coraggio della disperazione, pensando a quello che avrebbe detto la moglie se fosse ritornato a mani vuote, balbettò: "Se ... se siete il guardiano del tesoro perché non mi insegnate dov'è? Tanto a voi a che cosa serve" ? E, rinfrancato, si sentiva quasi disposto ad espletare le pratiche burocratiche del caso quando una voce che pareva venire da lontananze sconfinate disse: "Vattene"! "Ma io ...". "Vattene" intimò la voce. "Ma come faccio con quella donna a casa che ..." La lama di una spada brillò alla fiamma languente. Un colpo, un grido e l'uomo cadde colpito a morte. Lo trovarono la mattina, stecchito ma senza una ferita, davanti ai resti del focherello spento. Il vento si era placato, tutto era silenzio attorno, deserti i ruderi. Nell'angolo del piccolo vano, il nero ragno panciuto drappeggiato nella sua ragnatela, guardava con occhi maligni e irridenti.
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